Panic selling giustificato oppure no?

Scritto il alle 12:22 da WFTrading Roma

Panic selling giustificato oppure no? Indipendentemente dalla risposta, le borse mondiali hanno bruciato svariati miliardi in pochissime sedute. Tutto causato da timori di rallentamento della Cina, un sentiment che ha innescato lo scoppio della bolla che si era creata. Il problema, come spesso accade in queste situazioni, è che non sono in molti ad essersi salvati. Il “parco buoi” cinese ormai sembra essere carne da macello se si considera la performance fatta registrare in appena tre settimane, considerando anche il fatto che a Shangai è vietata l’attività di short selling. Ovviamente, ciò porta alla considerazione che le massicce vendite siano il frutto di prese d profitto per i più fortunati e competenti e stop loss per la larghissima maggioranza degli investitori.

In ogni caso, quello che ha lasciato sorpresi è stato l’intervento della PBOC che, prima ha deprezzato per ben tre volte il valore dello yuan, senza mai anticipare ai mercati le proprie mosse, poi, il quarto giorno, lo ha nuovamente apprezzato. Lou Jiwei (ministro delle finanze) si è giustificato davanti ai rappresentanti del G-20, dicendo che le mosse intraprese sono state frutto di una politica volta a migliorare e stabilizzare la crescita nel medio-lungo periodo, non badando al breve. Certo non saranno contente le milioni di persone che hanno visto i propri risparmi diminuire drasticamente in così poco tempo, così come non sono stati molto contenti gli appartenenti al G-20, dove, anche Draghi, seppur non chiamando mai in causa direttamente la Cina, ha ribadito come le decisioni di politica monetaria debbano essere orientate agli obiettivi di politica interna e non al cambio e come queste debbano essere calibrate e comunicate chiaramente.

Lo scenario globale non è ancora del tutto roseo. Come spesso accade quando ci si trova di fronte a cambiamenti, alcuni anche epocali, i mercati, che per loro natura sono volatili e volubili, hanno reazioni spesso eccessive. Non mi stupirebbe vedere indici come il Dax di Francoforte risalire in poco tempo in area 11200, per poi andare a rompere nuovamente i minimi del 24 agosto a 9300. Una volatilità data da notizie contrastanti: in Europa vi è un QE che, se pur piccolo per quantità e per durata (anche se la scorsa settimana il Governatore Draghi si è esposto ancora una volta nel dire che aumenti sono possibili, visti i target di inflazione), immette liquidità ad un sistema economico troppo eterogeneo. Il grande vantaggio è rappresentato dalla svalutazione dell’Euro, a favore delle esportazioni e quindi dell’accrescimento dell’economia interna. Altro fattore positivo, anche se non eccessivamente positivo, è rappresentato dai bassissimi prezzi del petrolio, che per noi Paesi importatori, rappresenta una manna piovuta dal cielo (o piovuta dalle macerie delle guerre economiche in atto tra i paesi industrializzati, tenute però tutte sotto traccia). Il problema Grecia è accantonato fino al 20 settembre, giorno in cui si deciderà il nuovo governo ellenico. Mentre in altri Paesi, come l’Italia, si proclamano riforme strutturali che se compiute per il 10% dei proclami fatti, potrebbero dare un po’ di fiducia alla stanchissima economia italiana (non facciamoci abbindolare dai dati sull’ISTAT, in leggerissimo miglioramento ma ancora drammatici).

In America c’è chi dice che potrebbero alzare i tassi già da settembre (R. W. Fisher, capo della Fed di Dallas, e J. Lacker, responsabile della sede di Richmond) e chi dice che si guarderà alla bontà dei dati macro (Pil 2° Trim. a +3,7%; Non Farm Payrolls pessimi, ma con un tasso di disoccupazione sceso al 5,1%) per non commettere gli errori del passato e non vanificare una politica monetaria espansiva iniziata dal lontano 2007-2008. Sta di fatto che un aumento dei tassi d’interesse ora, anche se lieve e seguito da ulteriori rialzi fra non meno di un anno, potrebbe portare i mercati americani, come prima reazione, a registrare nuovi minimi relativi. Uno scenario che porterebbe anche quelli europei a lasciare sul campo altri miliardi di euro.

Senza poi considerare l’effetto domino che si innescherebbe su tutti i debiti dei Paesi periferici espressi in dollari… Una probabile carneficina!

In questi momenti, il Money Management è l’unica arma a disposizione del trader e del piccolo risparmiatore. È l’unica arma, poiché operativamente, anche se con il forte rischio di chiudere molte operazioni in perdita, ne bastano poche per ottenere rendimenti finali più che soddisfacenti, sfruttando di fatto l’alta volatilità presente per ottenere grandi rendimenti, con piccole somme investite. L’avidità, come diceva Gordon Gekko in «Wall Street – Il Denaro Non Dorme Mai», è quella serpe che s’insinua nelle menti degli operatori, che li porta a sovrappesare le quantità investite in un momento delicato, se pur ricco di opportunità. Oggi potrebbero servire pochi investimenti per ottenere ottimi rendimenti, ma bisogna gestire il rischio, entrare con quantità tali che, anche in caso di contabilizzazione di una perdita, quella perdita non influisce sull’umore e soprattutto, non cambia la vita. Così facendo si manterrà la lucidità per poter cavalcare ogni nuovo movimento, ottenendo dai mercati sempre di più. In caso contrario c’è il concreto rischio di azzerare il proprio conto.

dott. Valerio Corallo

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