BCE: QE Europeo, cosà farà Draghi il 22 gennaio 2015?

Scritto il alle 09:02 da WFTrading Roma

Da qualche mese non si fa altro che parlare di Quantitative Easing anche per l’Europa. Lo chiedono i Paesi più in difficoltà dell’Eurozona, tra cui specialmente Italia e Francia che insieme rappresentano il 26,49% del capitale sociale della BCE. Lo chiede il Fondo Monetario Internazionale, le cui proiezioni sull’inflazione europea presagiscono un futuro di deflazione e conseguenti investimenti limitati se non saranno poste in essere azioni efficaci. Proprio lo spettro della deflazione è il nemico numero uno di una banca centrale come quella europea il cui mandato è in via prioritaria il mantenimento del tasso di inflazione nel medio – lungo termine vicino e poco sotto al 2%. In merito, due sono le domande chiave: perché è così importante garantire un tasso d’inflazione contenuto ma positivo e quali sono gli strumenti di cui dispone una banca centrale. Per rispondere al primo quesito, si rifletta sulle azioni che un singolo individuo può fare in una circostanza dove vede i prezzi dei beni scendere progressivamente. Probabilmente, ad eccezione di quanto necessario per la sussistenza, il soggetto razionale, rimanderà i propri consumi “extra” pensando che domani sarà per lui più conveniente l’acquisto. Tale fatto, crea non pochi problemi all’economia reale, in quanto si crea un circolo vizioso che vede le imprese in difficoltà nello svuotare i loro magazzini, vedono ridursi i loro mark up e quindi anche i loro investimenti e ancora peggio, riscontrano una maggiore valorizzazione in termini reali dei debiti che fisiologicamente hanno nei propri bilanci al fine di innescare il processo produttivo. A tal proposito, non si dimentichi, la funzione determinante che il debito sano e sostenibile ha per il sistema economico in una economia liberale. Ma il circolo non si chiude qui, in quanto la conseguenza naturale di un’impresa in difficoltà è il licenziamento dei dipendenti, che implica drammi sociali con ulteriore diminuzione dei consumi nonché costi per eventuali ammortizzatori sociali. Va da se, che anche una inflazione superiore al 2% annuo è una condizione poco auspicabile, in quanto genera altre tipologie di effetti negativi sull’economia reale, ma ciò che differenzia le due situazioni è la facilità nel porre in essere le azioni correttive attraverso la politica monetaria: nel secondo caso, alzare i tassi d’interesse (specialmente se di partenza molto bassi) è cosa semplice; in caso di rischio di deflazione, invece, gli strumenti non sempre sono efficaci. Ad esempio, oggi in Europa i tassi sono già al minimo e qualsiasi altro ritocco è tecnicamente impossibile. Per questo motivo, sono stati utilizzati anche altri strumenti. Fino ad ora la BCE ha messo a disposizione del sistema bancario diversa liquidità a tassi particolarmente ridotti con lo scopo che le banche la prestassero alle imprese per effettuare investimenti che facessero ripartire l’economia. Queste operazioni, denominate Long Term Refinancing Operations (LTRO), hanno però due criticità: la prima riguarda la restituzione della liquidità a scadenze che generalmente sono brevi e quindi l’effetto espansivo è temporaneo, la seconda è relativa alla problematica che non è detto che tale ammontare di denaro sia effettivamente prestato alle imprese. A seguito di ciò, la BCE ha posto in essere qualche modifica a tale strumento: dall’LTRO classico si è passati al Targeted LTRO (TLTRO). In questo caso, le banche, che hanno il diritto ma non l’obbligo della richiesta delle disponibilità liquide, per avere tassi vantaggiosi sono costrette necessariamente ad erogare i prestiti alle imprese. Quale è stato il risultato: la richiesta di TLTRO ha deluso le attese. Tra settembre e dicembre 2014 potevano essere concessi fino a 400 miliardi, ma solo 212,44 sono stati effettivamente richiesti. Tra gli altri strumenti utilizzati, vi è stato anche il programma di acquisto di obbligazioni bancarie, sempre volto ad immettere liquidità nel sistema bancario quale canale di trasmissione all’economia reale. Tuttavia, il dubbio che la liquidità rimanga giacente presso tale sistema, più che un sospetto è diventato una realtà: il sistema di trasmissione degli impulsi di politica monetaria in Europa si è inceppato. Le pressioni inflazionistiche continuano ad essere ancora a ribasso. Tralasciando il programma di acquisto di ABS che per certi aspetti in Europa è abbastanza irrilevante in termini quantitativi e per certi aspetti anche qualitativi, è evidente che gli strumenti c.d. tradizionali sopra citati sono risultati insufficienti per raggiungere quell’obiettivo di espansione del bilancio che la BCE si è prefissato nell’arco di 12-18 mesi: tornare ad oltre 3.000 miliardi di inizio 2012 dai 2.200 circa attuali. Per questo motivo, molti ritengono che servano le “maniere forti”, gli strumenti non tradizionali: sull’esperienza della FED, della BoE e del BoJ, sta per essere avviato un programma di acquisto di titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona. Il principio trae ispirazione dal fatto che se il sistema bancario non trasmette gli impulsi di politica monetaria, allora è plausibile l’entrata diretta sul mercato da parte della banca centrale. In particolare, usare il canale “pubblico” attraverso l’acquisto massiccio dei titoli di Stato dei Paesi membri. Alla luce di ciò, i tassi di rendimento degli stessi dovrebbero scendere ancora di più. Pertanto, tutti coloro che cercheranno rendimenti, saranno costretti a selezionare assets differenti, anche per il fatto che essendoci più Euro nel sistema, il valore reale dello stesso tenderà a diminuire generando di fatto la tanto auspicata inflazione. Ma se è tutto così semplice, dove sta allora il problema? Perché molti Stati dell’Eurozona, capitanati dalla Bundersbank si oppongono? La magagna sta sulle modalità del programma di acquisto. Sarà infatti determinante capire quali titoli saranno acquistati e su chi ricadrà il rischio. Partiamo dal presupposto che l’8 per cento del totale delle banconote in circolazione è attribuito mensilmente alla BCE. Il restante 92 per cento è allocato mensilmente alle BCN (Banche Centrali Nazionali) ed è indicato nel bilancio di ciascuna di essa in misura corrispondente alla sua quota di partecipazione al capitale versato della BCE. Quindi, se le BCN, come da proposta dei Paesi più restii al QE, potessero acquistare esclusivamente i titoli dei propri Stati, i rischi ricadrebbero sulle singole BCN e non sarebbero collettivizzati come nel caso in cui fossero acquistati direttamente dalla BCE. L’altro quesito che forse giovedì 22 gennaio troverà risposta riguarda l’ammontare. I mercati, attraverso i movimenti degli ultimi giorni, sembrano scontare un intervento massiccio intorno ai 1.000 miliardi. Probabilmente, un intervento in un primo momento di 500 miliardi potrebbe deludere le attese. Ultimo aspetto, di non trascurabile importanza, pur se improbabile, riguarda la possibilità che taluni titoli siano preferiti rispetto ad altri, non rispettando le proporzioni del capitale BCE. È evidente che più le aspettative saranno disattese, più i mercati potrebbero reagire male, fino alla temuta possibilità del “nulla di fatto”. Per questo motivo sarà necessario porre molta attenzione ai movimenti dell’euro, che saranno tutt’altro che facilmente gestibili e prevedibili, nonché dipenderanno molto da quanto sarà deciso.

Dott. Corrado Lo Cascio

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