Il futuro prossimo del GOLD

Scritto il alle 09:19 da WFTrading Roma

L’oro da sempre è considerato un bene di rifugio. Da Bretton Woods nel 1944 prima, fino al definitivo disancoraggio con il dollaro poi, avvenuto con Nixon negli ’70, l’oro ha smesso di essere controvalore per qualsiasi moneta globale. Questo non ha certamente modificato la natura del bene, considerato a tutt’oggi bene rifugio per eccellenza.

Dallo scorso 19 maggio, le banche centrali europee hanno nuovamente firmato il quarto Central Bank Gold Agreement, con durata quinquennale, che prevede una notevole differenza rispetto al precedente: viene eliminato il tetto massimo annuo di vendita consentita.

Ovviamente non ci si deve spaventare, poiché anche se le banche centrali detengono circa 30.500 tonnellate d’oro, pari ad un quinto di tutto l’oro estratto, esse si sono affrettate a dichiarare che nonostante il potere conferitogli non vi è alcuna intenzione di vendere notevoli quantità della materia prima… di certo non poteva essere altrimenti!

Ma allora cosa succederà ai prezzi nel prossimo futuro?

Anzitutto bisogna partire da un’analisi fondamentale che vada a ricercare quali sono i consumi, cosa sta avvenendo nei principali paesi importatori della materia prima e quali scenari si prevedono.

I prezzi di qualsiasi bene sono determinati dall’incontro tra domanda ed offerta e fin qui non ci piove. Così com’è lapalissiano dire che: dove i costi di produzione sono maggiori dei prezzi di vendita, la produzione non è più conveniente e tutto si arresta. Ma allora, quali sono i prezzi di estrazione per le compagnie aurifere?

Questa è una domanda che ha differenti risposte, poiché da una parte c’è estrema riservatezza, mentre dall’altra, c’è una differenziazione dei costi di mano d’opera da Paese a Paese. Ecco allora il parere di fior di esperti che sono arrivati alla conclusione: il costo totale di produzione varia tra $ 1.000 e 1.200 dollari l’oncia a seconda della scala delle operazioni di un minatore.

Posto questo come assunto, si concorda quindi, che i prezzi di quotazione non possono rimanere per molto tempo sotto tali costi, poiché non vi sarebbe più convenienza ad estrarre.

L’altro aspetto è dato dalla domanda globale: questa vanta tra i primi paesi India e Cina. Entrambi sono stati in questo ultimo anno alle prese con dazi doganali imposti per poter diminuire le importazioni che danneggiavano le proprie bilance commerciali. Questo trend però sembra finire almeno per l’India, dove il nuovo governo di Narendra Modi ha più volte promesso in campagna elettorale di togliere detti dazi e stimolare nuovamente il consumo interno di oro. Se nel lungo periodo, tale politica non può che invogliare i consumi e conseguentemente far salire i prezzi, nel breve periodo ci si deve confrontare con le leggi del mercato. Il bene rifugio per eccellenza è oggi sotto gli attacchi dell’assenza di paura. Già proprio la paura, che nel corso del tempo ha dato vita a movimenti rialzisti estremamente importanti, oggi sembra essere completamente assente tra gli operatori di borsa, che vedono nei mercati finanziari una migliore possibilità d’investimento.

La paura che fa crescere i prezzi dell’oro è solitamente scaturita dall’inflazione, a cui le valute devono sottostare, e da scenari geopolitici mondiali che potrebbero innescare guerre e conseguenti squilibri economici internazionali.

Ma allora andiamo ad analizzare punto per punto questi fattori:

1. L’inflazione, come si evince dalla tabella sottostante, è via via in diminuzione in ogni paese.

2. Gli scenari geopolitici sembrano non destare troppa preoccupazione, nonostante in Ucraina si stia assistendo ad una vera e propria guerra civile.

3. Lo scenario Bearish si accentua se paragonato all’andamento delle principali valute. Il dollaro, valuta di riferimento per lo scambio della materia prima, si sta apprezzando sempre di più, tornado ad essere la valuta di riferimento globale. Questo aspetto non può che riflettersi negativamente sui prezzi dell’oro che, come mostra la tabella, ha variazioni più che proporzionali rispetto al solo dollaro.


4. Il COT (Commitments of Traders) rapporto redatto settimanalmente dalla Commodity Futures Trading Commission, lo scorso giovedì, ha evidenziato come non vi sia più una grossa appetibilità sul bene a fini speculativi, tanto che le posizioni di Open Interest sono pari 399,371 con posizioni short maggiori rispetto alle long.


5. The last but not the least: l’analisi tecnica; dove vengono evidenziati anche i target di questo Bearish Trend iniziato lo scorso marzo:

 

 

Dal grafico si evince come quanto detto prima sia confermato dall’andamento dei prezzi.

Dopo una congestione tra 1280 $ l’oncia, e 1330 $, la rottura del triangolo formatosi, proietta i prezzi a 1205 $ l’oncia. I volumi sono la conferma del proseguimento di questo trend bearish che potrebbe anche non arrestarsi all’obiettivo sopra citato, ma innescare una reazione a catena (effetto “palla di neve”), che lo potrebbe portare verso i minimi a quota 1180 toccati a giugno e a dicembre dello scorso anno.

dott. Valerio Corallo

 

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1 commento Commenta
Scritto il 12 giugno 2014 at 13:22

I venti di guerra a Mosul potrebbero innescare un trend rialzista che si esaurirebbe solo a guerre finite.

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